Alla conquista di Marte con un reality show

Autore: , Pubblicato il 14 aprile 2013 alle ore 06:20 nella categoria Articoli

Ci siamo sempre preoccupati, dalle pagine di questo blog, di dare conto ai lettori non solo degli eventi più significativi riguardanti la ricerca ufologica ma anche delle novità di maggior rilievo nel campo dell’esplorazione umana dello spazio esterno.

Ci sembra quindi doveroso riportare una notizia che ha recentemente ricevuto gli onori di un titolo sul The New York Times: in effetti essa parrebbe, all’apparenza, interessare solo i cultori dei media e delle nuove forme di entertainment ma, nei fatti, si pone nel solco della progressiva privatizzazione della conquista dello spazio, dopo che i tagli del budget hanno costretto la NASA a mettere fine al programma STS.

Peraltro, se le premesse risulteranno fondate, qui il programma è ben più ambizioso che stabilire una base permanente sulla Luna (entro il 2020, secondo le previsioni NASA): si tratterebbe niente di meno che impiantare una colonia umana sul pianeta Marte!

Che il nostro rosso vicino abbia da sempre acceso la fantasia di artisti e scrittori è cosa nota; inoltre – come qualcuno sicuramente ricorderà – negli ultimi anni del XIX secolo l’ambiente scientifico venne messo letteralmente in subbuglio dall’ipotesi dei “canali” marziani formulata da Giovanni Schiaparelli.

Di tempo ne è passato da allora, e la nostra conoscenza del pianeta – grazie soprattutto ai rover Spirit e Opportunity prima e ora Curiosity – è sicuramente progredita: sappiamo con certezza che acqua liquida è esistita in abbondanza nel remoto passato del pianeta, il quale certamente ospitava allora condizioni favorevoli allo sviluppo della vita quale noi la conosciamo.

Forse, sostengono alcuni, l’acqua è presente in forma liquida anche ora sulla superficie marziana, seppure per brevi periodi ed in particolari condizioni ambientali: ad ogni buon conto, per l’inclinazione dell’asse di rotazione, la durata del giorno, l’esistenza di un’atmosfera ancorché rarefatta e temperature che nelle aree equatoriali dell’emisfero illuminato raggiungono i 20 °C, il pianeta viene comunemente considerato il più simile alla Terra nel sistema solare.

La possibilità di colonizzarlo, pertanto, magari dopo un adeguato periodo di “terraformazione” ha sempre esercitato una grande suggestione. La stessa che ha colpito, circa dieci anni fa, Bas Lansdorp, ingegnere ed imprenditore olandese di 36 anni: Lansdorp – leggiamo nelle sue note biografiche – non si è mai lasciato intimidire dalle imprese audaci, cogliendo opportunità anche là dove gli altri si sarebbero tirati indietro, grazie ad un genuino entusiasmo e ad un sincero amore per la scienza. Così, pensando alla prima colonia umana permanente su Marte, egli, più che focalizzare la propria attenzione sulle sfide tecnologiche, si è concentrato sulle implicazioni economiche dell’operazione, tracciando un vero e proprio business model.

La base Mars One con il logo della missione

Dal momento che – secondo il nostro ingegnere – tutte le tecnologie di cui c’è bisogno esistono già, il solo punto di cui occuparsi è reperire i 6 miliardi di dollari necessari alla selezione e preparazione di un  equipaggio iniziale di quattro persone, da far “ammartare” entro il 2023. Se qualcuno abbozzasse un sorriso all’idea che una simile impresa sia anche solo concepibile da parte un privato, ebbene sappia che Lansdorp è in buona compagnia: nel febbraio del corrente anno il miliardario statunitense Dennis Tito (che ricordiamo essere stato il primo turista spaziale a bordo della ISS nel 2001) ha lanciato il proprio piano per far compiere un flyby di Marte ad un equipaggio di due persone nel 2018, mentre Elon Musk, altro magnate fondatore di Space X e di Tesla Motors, ha addirittura proposto di mandare sul pianeta 80.000 persone al prezzo di $ 500.000 ciascuno.

Lansdorp non può competere con le risorse finanziarie dei sunnominati tycoon ma la sua idea circa il reperimento dei fondi è sorprendente, se non geniale: trasformare l’intera missione, dalla selezione degli astronauti fino allo sbarco su Marte in un gigantesco reality, con enormi incassi potenziali per diritti televisivi e sponsorizzazioni. In fondo – si domanda Lansdorp – se circa 600 milioni di persone in tutto il mondo sintonizzarono i loro apparecchi televisivi sull’allunaggio di Neil Armstrong nel 1969 “quante persone pensate che vorrebbero guardare l’arrivo dei Here is a selection of people having the Midheaven in aries monthly horoscope (around 1500-2000 people). primi uomini su Marte?”.

Il modulo Dragon della Space X in fase di ammartaggio

Così è nato il progetto no profit  Mars One, con un sito omonimo (www.mars-one.com), che in dieci anni selezionerà e preparerà il primo gruppo di astronauti: è previsto che il reclutamento cominci nella primavera del corrente anno con l’invio delle candidature on line su un modulo in corso di preparazione. Quali saranno i requisiti richiesti? Gli aspiranti coloni marziani devono avere almeno 18 anni di età, essere fisicamente sani e con l’attitudine ad esercitare il proprio pensiero, parlare inglese e, soprattutto, essere disponibili a vivere il processo di selezione e gli otto anni del successivo programma di addestramento sotto il costante occhio delle telecamere. Non è richiesta alcuna specifica esperienza o abilità tecnica di partenza, ma occorre prestare attenzione alla clausola scritta in piccolo: per ragioni di costi e di logistica, questo sarà un viaggio di sola andata.

In verità non sembra che tale decisivo particolare abbia scoraggiato alcuno: il sito del progetto ha ricevuto 1.700.000 visite dal momento in cui è stato realizzato, nel giugno 2012, e più di 8.000 persone provenienti da più di cento paesi hanno già inviato i loro curricula, nonostante il processo di reclutamento non sia ancora iniziato.

Intanto, a gennaio la società Interplanetary Media Group, consorella della Mars One, che gestisce i diritti di proprietà intellettuale e di sfruttamento mediatico legati alla programmata missione su Marte (e che, a differenza dell’altra, persegue scopo di lucro) ha ricevuto i primi investimenti, che serviranno a finanziare gli studi progettuali iniziali relativi ai vari componenti hardware, dalla nave spaziale al modulo di atterraggio, dalle tute degli astronauti ai sistemi di comunicazione. Naturalmente Lansdorp è il principale azionista di questa società.

Non tutti sono convinti che la cosa funzionerà: uno degli scettici è Robert Zubrin, ex consigliere della Società Spaziale statunitense, il quale non ritiene che i diritti televisivi saranno di per sé soli bastevoli a finanziare l’impresa. Altri sono di diverso avviso: tra questi Peter Meijer, responsabile operativo della sede olandese di Trifork, una compagnia danese di sviluppo di programmi informatici che, oltre a fornire al progetto Mars One servizi di web hosting e tecnologia di rete, ha anche deciso di investire in esso una somma imprecisata. Secondo Meijer, seguire il progetto offre delle chances non solo dal punto di vista della tecnologia ma anche per le implicazioni di marketing e di esposizione del marchio.

Certo l’idea di partire alla volta di un pianeta (attualmente) freddo ed inospitale, senza poter più fare ritorno a casa, con la necessità di dover bastare a sé stessi e dove anche il più piccolo errore potrà avere conseguenze fatali ha un peso tremendo, da far tremare le vene dei polsi. Ma, come si può leggere sulla scheda “Humankind on Mars” nella sezione “Mission” del sito, gli aspiranti coloni dovranno avere lo stesso amore per la sfida, la stessa ostinata curiosità ed ingenua visionarietà degli antichi Cinesi, Micronesiani, Africani e Vichinghi che si lasciarono definitivamente alle spalle tutto ciò che avevano per spendere la maggior parte delle loro vite sui mari in cerca di nuove terre e nuove opportunità.

Chissà cosa l’immediato futuro riserverà ai prescelti: se – come qualcuno ha detto – la Terra è la culla dell’umanità e viene presto il momento, nel passaggio alla vita adulta, di lasciare quel comodo giaciglio, forse (in un modo inaspettato) l’uomo sta per cominciare a sgambettare fuori di essa.   

Fonti: traduzione e adattamento dall’articolo Off to Mars, by Way of Reality TV di Nicola Clark, pubblicato su The New York Times International Weekly del 25.03.2013; Discovery, addio di Mauro Panzera, pubblicato si questo stesso sito il 9.04.2011; In vista del pensionamento degli shuttle la NASA passa il testimone ai privati di Gaetano Anaclerio, pubblicato su questo stesso sito il 21.04.2011; L’acqua scorreva abbondante nel sottosuolo marziano! di Gaetano Anaclerio, pubblicato su questo stesso sito il 2.02.2013; Su Marte c’era acqua potabile: sul Pianeta Rosso si poteva vivere, pubblicato a cura della Redazione il 13.03.2013 sul sito “Scienzefanpage” all’indirizzo scienze.fanpage.it/su-marte-c-era-acqua-potabile-il-pianeta-rosso-era-abitabile/   

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