Folletti Salentini o …altro? di Mauro Panzera

Autore: , Pubblicato il 30 Aprile 2021 alle ore 15:37 nella categoria Articoli

Recentemente è uscito, in abbinamento al Nuovo Quotidiano di Puglia, il bel volume intitolato Fiabe e canti dell’antica Terra d’Otranto (Edizioni Grifo, 2021), con un cenno introduttivo di Eugenio Imbriani, il  quale ne ha sintetizzato il contenuto illustrando la necessità che si promuovesse la riedizione di fiabe e canti popolari del territorio salentino, con particolare riguardo alla raccolta Fiabe e canzoni popolari del Contado di Maglie in Terra d’Otranto pubblicata nel 1881 da Pietro Pellizzari sia in dialetto locale che in italiano, con tanto di commenti e annotazioni. Vi è un campionario molto ricco: interni familiari, amori non corrisposti, arroganza dei Potenti, folklore e gastronomia. Non manca il riferimento al soprannaturale.

Nello specifico, viene descritto il folletto laùru o scazzamureddhu, ben presente nella tradizione rurale salentina. Nel saggio si ipotizza che si tratti della medesima creatura, cui si attribuivano i due nomi diversi di cui sopra (Imbriani fa riferimento al letterato Giuseppe Gigli, che in un suo libro parla appunto del laùru); invece Pellizzari descrive lo scazzamureddhu . Prima di presentare le caratteristiche ed il comportamento di questa creatura, sara’ bene illustrare l’obiettivo del presente articolo, che è quello di sottolineare le singolari (e per certi versi sconcertanti) analogie non solo con altre figure tradizionali dell’Italia Meridionale, ma anche con i tratti in generale del Piccolo Popolo e soprattutto con fenomeni ben conosciuti in ufologia e discipline similari. Non ritengo affatto azzardato ipotizzare una riconducibilità, anche solo parziale, al medesimo fenomeno, come del resto da tempo sostengono studiosi ben piu’ autorevoli di me.

Il laùru , descritto da Gigli, è una creaturina minuscola e dispettosa, che si diverte ad intrecciare le code e le criniere dei cavalli. E’ sfuggente e per certi versi indecifrabile, tanto da fare il contrario di quello che gli si dice. Particolare interessante (come vedremo dopo) il fatto che la notte sia solito posarsi sul petto di uomini e donne al fine di togliere loro il respiro ; tale particolare è evidenziato anche da Dario Spada nel suo ottimo saggio Gnomi, fate, folletti e altri esseri fatati in Italia (Sugarco Edizioni, 2007), oltre che da Luigi Pruneti nella sua opera A volte s’incontrano…Folletti, gnomi e oscure presenze in Toscana e nel mondo (Le Lettere, 2012). Ma è anche capace di compiere delle buone azioni: aiuta gli innamorati a superare le difficoltà e a convolare a nozze.

A volte sembra davvero stupido ed ingenuo, quasi al limite dell’assurdo. Nel racconto Cuntu de lu scazzamurreddhu si innamora di una bella ragazza, che va a trovare ogni notte; la giovane, su consiglio della madre, gli chiede dei cocci e l’esserino le porta denari, perché. come ho detto prima, fa il contrario di quello che gli si dice (se gli chiedi cocci, ti porta soldi; se gli chiedi quattrini, ti porta i cocci). Alla fine l’astuta ragazza, ormai ricca, dice al folletto di chiamarsi Mestesso: volendo liberarsene, la donna spingerà lo scazzamurreddhu in un pentolone pieno di olio bollente predisposto per cucinargli le frittelle di cui era ghiotto. Alle grida di aiuto dell’esserino, gli altri scazzamurrieddhi gli chiedono chi sia stato a fargli questo, e, alla sua risposta “Mestesso” ovviamente non gli danno peso. E’ abbastanza evidente l’accostamento con l’Odissea di Omero, nella parte in cui il ciclope Polifemo, accecato da Ulisse (che gli aveva detto di chiamarsi Nessuno), non viene compreso dagli altri ciclopi che gli chiedono chi lo avesse mutilato, ed ai quali risponde appunto che era stato Nessuno. E’ come se si riaffermasse il primato dell’intelligenza umana sulle creature soprannaturali.

Come accennato sopra, il laùru la notte si posa sul petto delle persone per togliere loro il respiro, anche se a volte lo fa a fin di bene. In un altro racconto, i principi Agata e Rolando si amano, ma il fratello primogenito di lui  decide di sposarla. Il laùru promette di aiutare il povero Rolando, e la notte si reca nel talamo nuziale salendo sul petto della ragazza, facendola diventare nera come il carbone per le difficoltà respiratorie. La donna si ammala ed il medico dichiara che il responsabile dell’accaduto era stato il marito, il quale viene arrestato. I due giovani possono così coronare il loro sogno d’amore.

Il comportamento del laùru (o scazzamurreddhu che dir si voglia), come vedremo,  sembra riconducibile all’icona del Trickster (il “briccone divino” presente in vari miti). Pellizzari peraltro ipotizza che il nome “laùru” possa derivare dai Lari, gli spiriti delle anime morte che secondo gli antichi Romani erano posti a protezione della casa: tale ipotesi è sostenuta anche da Pruneti (Op.cit.), il quale pero’distingue i due folletti (Lauru e Scazzamureddu), esattamente come Spada (op.cit.). Va detto che il folletto nostrano non sembra molto diverso da altri suoi omologhi, specialmente in altre zone dell’Italia Meridionale. Pensiamo ai Monicacidd  o Piccoli monaci, che il folklore collega alle zone del Barese, ed in particolare nell’area di Minervino Murge: essi vestono con un largo copricapo ed a volte possono comportarsi come veri e propri Incubi (Spada, op.cit.). Oppure ai Monaci Folletti, di quel di Monteleone (Foggia), sorta di minuscoli monaci assai abili nei travestimenti (Spada, op.cit).  Eppoi vi sono i Sangunazziedhi, del Leccese, di indole buona ma infelice (Spada, op.cit.). Gli U’ Augurie, della Terra di Bari, sono legati alla casa ed alla famiglia (Spada, op.cit.). Molto singolare, ai fini di un discorso cui si è fatto cenno e del quale si parlerà in seguito, la figura de Lu Uru, appartenente ad una specie di folletti attribuiti al Brindisino (ed in particolare a Sandonaci), i quali, per citare Spada (op.cit.), “..Di notte, cercano in tutti i modi di disturbare i dormienti…….sedendosi sopra lo stomaco per provocare incubi.”.

Ma i nostri folletti, come ho posto in premessa, sono per buona parte assimilabili a fenomeni di vario genere, ben noti in ufologia. Ma prima di addentrarci su questo terreno faremo bene a considerare le circostanze che in alcuni casi si è visto addirittura l’interessamento delle Istituzioni. In Islanda ad esempio è stata annullata la costruzione di un’autostrada per non deturpare un paesaggio affascinante e magico, legato alle credenza popolare sull’esistenza degli elfi (v. L’Islanda annulla la superstrada per proteggere gli elfi e la natura di Marta Albè dal sito http://www.greenme.it/ ). Né tutto questo manca in casa nostra. Sul Corriere Romagna ed.Forli’ Cesena del 09/04/2015 fu pubblicato l’articolo Elfi e gnomi avvistati per 15 anni di Alberto Merendi, il quale affermo’ che nell’archivio del Corpo Forestale dello Stato esisteva un fascicolo riferito ad un quindicennio di avvistamenti di gnomi, tutti verificatisi nell’Appennino Tosco Romagnolo, con particolare riguardo al Comune di Bagno di Romagna  (il pezzo aggiungeva che la stessa agenzia di stampa AdnKronos ne aveva parlato con un esponente del Corpo, il responsabile stampa Stefano Cazora, autore del libro Luoghi della meraviglia).

Ma ora vorrei passare a descrivere gli accostamenti tra questo filone del folklore e certe tematiche proprie dell’ufologia e discipline “di confine”. Che non sono pochi. Cominciamo col dire che il capolavoro di Jacques Vallèe, Passaporto per Magonia (recentemente pubblicato in italiano per i tipi di Venexia Editrice, a.2021) ha illustrato la continuità con l’ufologia moderna del corpus di miti e folklore risalenti nell’Antichità e nel Medioevo e riguardanti in particolare il “Piccolo Popolo” (elfi, fate, gnomi). Peraltro, proprio l’anzidetta opera di Vallèe ha citato alcuni casi che sembrano rievocare una conseguenza importante (la difficoltà respiratoria) del comportamento dei folletti salentini. Il 7 ottobre 1954 in Francia un uomo vedeva in un campo a Monteux un oggetto atterratovi, avente forma di un emisfero e due metri di diametro: ebbene, il testimone respirava faticosamente sentendosi paralizzato mentre osservava il fenomeno. Pochi anni prima, il 20 maggio 1950, in una regione centrale della Francia, una donna si affrettava a tornare a casa, allorquando vide sé stessa all’interno di una luce accecante, e due mani nere, prive di braccia visibili, apparirle davanti e successivamente ghermirla, per poi scivolarle sul viso provocandole un senso di soffocamento (il caso fu inchiestato dalla polizia locale, che confermo’ l’evidenza delle tracce fisiche).  Il pensiero dei due principali studiosi parafisici, il francese Vallèe e  l’americano John Keel è stato sintetizzato nel saggio Il fattore Oz alieni, sciamanesimo e multidimensionalità (X-Publishing Srl, 2012) della scrittrice italiana Enrica Perucchietti, la quale ha messo in risalto il fatto che gli UFO a volte sembrano interagire con la psiche dei testimoni, esattamente come le entità soprannaturali della Tradizione (Angeli, Demoni, Spiriti e Jinn). Ovviamente cio’ avviene senza scalfire il principio dell’oggettività del fenomeno degli oggetti volanti non identificati, come piu’ volte evidenziato da Roberto Pinotti, Presidente del Centro Ufologico Nazionale e maggiore ufologo italiano. Proprio Keel (The Mothman Prophecies, Sonzogno, 2001) ha spiegato come spesso l’esperienza UFO provochi uno stato di paralisi nei confronti dei soggetti coinvolti, i quali si ritrovano completamente immobilizzati. La Perucchietti (v. op. cit.) sottolinea gli accostamenti tra il missing time (il “tempo mancante”) degli addotti presuntivamente rapiti dagli Alieni ed il senso di stato confusionale, indolenza e dolori muscolari capitato a chi sarebbe tornato da Fairyland (dove avrebbe incontrato il Popolo Fatato). La Perucchietti (v. op. cit.) evidenzia peraltro un parallelismo tra gli Alieni (nelle rappresentazioni delle abductions, o rapimenti) ed i Jinn della Tradizione araba, consistente proprio nell’induzione di uno stato di paralisi nella vittima, impossibilitata a muoversi o ad urlare, mentre magari i suoi familiari continuano a riposare tranquillamente. La medesima studiosa (v. op. cit.) si sofferma a lungo sulla figura del Trickster (o “Briccone Divino”), che, presente in varie mitologie, come ad esempio quella greca (Ermes) e quella germanico-scandinava (Loki), assolve ad un duplice ruolo : quello del buffone e quello del civilizzatore. A conclusione di questo scritto, torniamo un attimo ai folletti salentini. Il laùru, come abbiamo visto, si beffa del marito di Agata, facendolo accusare di essere stato il responsabile del malessere della  moglie, in realtà causato dal folletto stesso, il quale pero’ ha agito a fin di bene, perché grazie al suo intervento Agata e Rolando possono finalmente amarsi.

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