Militari e UFO: una belligeranza non dichiarata?

Autore: , Pubblicato il 24 ottobre 2011 alle ore 00:11 nella categoria Articoli

(elaborazione della relazione presentata al 1° convegno ufologico Cun Puglia e Basilicata)

Una delle questioni in cui più spesso si imbatte chi studia la materia ufologica è il cosiddetto “paradosso di Fermi”: la parola “paradosso” sta ad indicare una situazione in cui coesistono opinioni od interpretazioni che si escludono a vicenda. Quello specificamente attribuito all’illustre fisico italiano, vincitore del Nobel per la fisica nel 1938 (per i suoi studi sul nucleo atomico) e tra i principali artefici del progetto “Manhattan”, nacque in un giorno di estate del 1950, a Los Alamos, dove Fermi era appunto impegnato nella costruzione e sperimentazione di ordigni atomici.

Quel giorno lo scienziato si trovava a pranzo con i propri colleghi Edward Teller, Herbert York ed Emi Konopinsky e la conversazione cadde sugli avvistamenti di dischi volanti, che quell’anno interessarono gli USA in gran numero: discutendo del numero di civiltà extraterrestri intelligenti nella galassia, che si supponeva essere assai alto, ad un certo punto Fermi sbottò con la celebre frase “Dove sono tutti quanti?”. Intendeva dire che, se il numero di civiltà aliene è elevato, noi dovremmo supporre di essere stati visitati già molto tempo fa, e più di una volta. Perciò il contatto fra i terrestri e gli esponenti di queste civiltà dovrebbe già essere avvenuto ed il nostro Pianeta dovrebbe essere letteralmente disseminato di testimonianze dei suddetti incontri. Invece, nulla. Perciò la legittimità della domanda “Dove sono tutti quanti?” e l’apparente irresolubilità del paradosso.

Nel tempo sono state elaborate da scienziati, scrittori di fantascienza e semplici appassionati molteplici soluzioni del paradosso di Fermi. Qualche anno fa il fisico teorico e divulgatore Stephen Webb ha pubblicato un libro intitolato suggestivamente “Se l’universo brulica di alieni … dove sono tutti quanti?”. L’opera si occupava di esaminare e commentare cinquanta soluzioni all’indicato paradosso, raggruppate in due grandi insiemi: quello delle tesi che postulano l’esistenza di civiltà extraterrestri intelligenti e quello delle tesi che negano detta esistenza.

E tuttavia nessuna delle teorie esposte nel primo gruppo riesce a dare conto in maniera soddisfacente della percentuale di avvistamenti che non è riducibile ad alcuna spiegazione convenzionale (per esempio nel “Project Blue Book” dell’USAF statunitense 701 avvistamenti su un totale di 12.618 esaminati, il 5,50%, sono risultati inspiegabili). Si tratta di quei casi in cui letteralmente ci si trova dinanzi ad UFO ovvero “oggetti volanti non identificati”. Se si volessero considerare questi eventi, una percentuale significativa del totale, come espressione tecnologica avanzata di intelligenze extraterrestri – secondo i postulati della ETH (acronimo che sta per “extra-terrestrial hypothesis”) – se ne dovrebbe concludere che il paradosso di Fermi è in realtà risolto.

Ciò non di meno restano inspiegabili, a chi guardi il fenomeno convinto della sua matrice extraterrestre, le ragioni del comportamento elusivo e sfuggente che i piloti di questi aeromobili adottano, le loro subitanee apparizioni per lo più in località scarsamente popolate e le loro manovre di disimpegno con traiettorie e velocità ancora oggi proibitive per i nostri aeroplani. Mentre l’uomo comune si aspetterebbe atterraggi solennemente preannunciati in località affollate, con fanfare al seguito e comitati politici di ricevimento. E, in fondo, questo ordine di considerazioni sono sottese alla più comune obiezione che spesso si ascolta da parte degli scettici: “Ma come è possibile che gli esponenti di una civiltà aliena, dopo aver superato distanze inimmaginabili attraverso lo spazio interstellare per giungere sino al nostro sistema, vengano qui e invece di annunciarsi pubblicamente, giochino a rimpiattino?”.

Una teoria che si presterebbe a dar conto di questo anomalo comportamento risiede nella convinzione che i rapporti tra la nostra civiltà e quella visitante non siano propriamente pacifici e – pur in assenza di una belligeranza dichiarata da una parte o dall’altra – ogni possibile contatto avvenga all’insegna della massima cautela e circospezione, stante l’elevata probabilità che ne scaturiscano atti ostili.

La battaglia di Los Angeles

In effetti, risalendo alle origini cronologiche della moderna ufologia, non mancano indizi che sembrano deporre proprio in tal senso e di cui in questa breve relazione vogliamo fornire qualche esempio. Possiamo partire proprio dal presunto attacco a Los Angeles del 15.02.1942, allorquando – in pieno conflitto mondiale – sulla costa occidentale degli Stati Uniti vennero segnalati venti oggetti volanti sconosciuti, inizialmente ritenuti apparecchi giapponesi in volo di ricognizione. Il ricordo di Pearl Harbour era ancora fresco e così, senza pensarci troppo su, la contraerea che proteggeva la città di Los Angeles cannoneggiò gli oggetti con ben 1530 cariche di munizioni. La notizia ebbe grande risalto sui quotidiani dell’epoca e pare persino che uno di questi oggetti venisse abbattuto (con qualche anno di anticipo sul ben più noto ufo crash di Roswell).

Nell’episodio appena descritto l’aggressività mostrata dagli apparati militari potrebbe essere in ampia misura giustificata, dato il particolare momento storico e l’area geografica interessata, tuttavia non è che negli anni successivi le forze armate statunitensi siano andate troppo per il sottile. Non è un mistero, per esempio, che allorquando l’apparizione di questi fantomatici oggetti volanti sia avvenuta in prossimità di basi militari ovvero di aree strategicamente sensibili, i comandi competenti abbiano inviato in volo degli intercettori, con esiti talvolta tragici per questi ultimi.

Pensiamo al caso Moncla. La sera del 23.11.1953 la Difesa Aerea dello Stato del Michigan rilevò sui radar la traccia lasciata da un oggetto volante sconosciuto. Dalla base aerea di Kimross venne fatto decollare un jet F-89 Scorpion, con ai comandi il pilota veterano Felix Moncla, a controllare. Ad un certo punto dai radar l’UFO venne notato cambiare rotta, dirigendosi verso il Lago Superiore, con il velivolo di Moncla sempre all’inseguimento. Gli operatori radar videro la distanza tra i due oggetti accorciarsi sempre più finché il blip dell’aereo pilotato da Moncla scomparve, come inghiottito dal segnale radar dell’altro velivolo non identificato. Subito dopo anche quest’ultimo sparì dallo schermo radar. E’ inutile dire che le ricerche del povero Moncla non hanno mai dato alcun risultato. Peraltro, è notizia del 2006 che una società di prospezioni subacquee avesse ritrovato sui fondali del Lago Superiore – a circa 100 metri di profondità – il relitto del F-89, privo di un’ala, ed a breve distanza un oggetto dalla sagoma circolare, parzialmente coperto dalla sabbia, insieme all’ala mancante. Ma questa è un’altra storia.

Qualche mese dopo, il 10.07.1954, nello Stato di New York, il radar della base aerea di Griffis captò l’eco di un apparecchio in avvicinamento alla base: dal momento che non poteva esserci alcun velivolo nella zona, anche in questo caso venne fatto decollare un intercettore F-94 Starfire; già dopo due minuti dal decollo il pilota era in grado di identificare visivamente il misterioso oggetto, che appariva come un disco sfavillante evoluente alla quota di un migliaio di metri. Il jet con una rapida cabrata approcciò l’oggetto chiedendo via radio ai suoi occupanti di identificarsi. E mentre la distanza scemava rapidamente, rendendo praticamente certo il contatto, il motore del F-94 si spense e la cabina di pilotaggio si surriscaldò in pochi secondi come un forno, nonostante non vi fosse alcun principio di incendio a bordo. Ogni tentativo di riprendere il controllo del velivolo non sortì effetto sicché il pilota ed il co-pilota, quasi soffocati dal caldo, furono costretti a lanciarsi, mentre l’aereo precipitò sulla località di Walesville, distruggendo un automobile e danneggiando seriamente due abitazioni. Il bilancio dell’incidente fu gravissimo: nel disastro perirono quattro persone.

Altrettanto eclatante, il vero simbolo – a torto o a ragione – di queste

Ricostruzione artistica del caso Mantell

 battaglie volanti tra aerei e UFO, è il caso Mantell di qualche anno precedente. Il 7.01.1948 al pilota Thomas Mantell, mentre era al comando di una squadriglia di tre caccia P-51 Mustang in rientro alla base di Godman (nel Kentucky), venne richiesto di intercettare un enorme oggetto che, dopo avere sorvolato i depositi aurei di Fort Knox, si era portato proprio sulla verticale della base in questione. Poiché i tre aerei erano in riserva, due abbandonarono quasi subito l’impresa: Mantell, con sprezzo del pericolo, riuscì ad avvicinarsi tanto da constatare che si trattava di un oggetto metallico di notevoli dimensioni, a forma di cono rovesciato, che ruotava vorticosamente sprizzando vampe rossastre, con in cima una macchia rossa luminosa intermittente. Avendo l’UFO cominciato a salire di quota a grande velocità, il capitano Mantell decise di proseguire l’inseguimento fino all’altitudine di 20.000 piedi (circa 6.000 metri), poiché le sue scorte di ossigeno andavano esaurendosi. Poi il contatto radio si interruppe (anche se, secondo alcune indiscrezioni, Mantell avrebbe fatto a tempo ad esclamare: “Mio Dio, c’è della gente là dentro!”). Il giorno successivo le pattuglie della base, uscite in perlustrazione, trovarono i resti del povero Mantell e del suo aereo sparpagliati per decine di metri. Venne riportato che i rottami si presentavano minutamente sforacchiati, quasi porosi, come se su di essi avessero agito simultaneamente “una vampata di intenso calore e un violento getto abrasivo”. Forse era stato usato, nei confronti dell’aereo di Mantell, un qualche sistema d’arma?

Né si deve credere che questi episodi si siano verificati solo entro i confini degli Stati Uniti. Nel 2008 Milton Torres, ex pilota dell’Air Force statunitense e poi professore di ingegneria nella vita civile, ha rivelato il suo incontro con un’astronave aliena, nei cieli dell’Inghilterra orientale, il 20.05.1957. Quella notte a Torres, che era allora di stanza alla base RAF di Manston, venne ordinato di alzarsi in volo ed intercettare un UFO “con un insolito schema di volo” che i radar stavano seguendo già da qualche tempo. Nonostante le nuvole gli impedissero di vedere alcunché, Torres rilevò l’oggetto sul suo radar di bordo, trovandolo simile nelle dimensioni ad un bombardiere B-52. Quello che qui conta mettere in evidenza è che a Torres venne ordinato di fare fuoco, ma prima che potesse obbedire all’ordine, l’UFO si eclissò, fortunatamente per lui senza alcuna conseguenza.

Stando dunque a questi eventi – ampiamente documentati – non si può certo dire che le forze militari abbiano approcciato simili oggetti con fare amichevole; l’evidenza dimostra anzi che nei confronti degli Ufo sia stata messa in atto la ben nota strategia dei cow boys riassumibile nell’espressione:

L'incontro di Milton Torres

Prima spara, poi chiedi chi è”.

A pag. 93 del proprio libro “Gli UFO e la CIA”, il noto giornalista e scrittore Alfredo Lissoni, afferma a chiare lettere che – dinanzi a questa tattica di apparizioni rapide ed altrettanto fulminee sparizioni degli oggetti volanti non identificati – la CIA si sarebbe persuasa della necessità di impadronirsi dei segreti di queste macchine volanti, catturandone qualcuna, ed avrebbe perciò dato mandato all’USAF di procedere al sistematico attacco e recupero degli UFO. Attingendo alle indagini del maggiore Donald Keyhoe, tra i primi coraggiosi investigatori del fenomeno UFO, Lissoni riferisce dell’opinione di due graduati dell’Air Force statunitense, il generale Joe W. Kelly – secondo cui gli aerei di intercettazione inseguivano gli UFO “per ragioni di sicurezza del paese e con un obiettivo di investigazione tecnica” – ed il maggiore Jeremiah Boggs – a dire del quale i militari volevano a qualunque costo impadronirsi di un UFO, tanto che i piloti avevano l’ordine, una volta avvistatili, di tentare qualsiasi manovra, per esempio “di scontrarsi o urtarli dal di dietro”!

Una conferma indiretta proviene dagli atti della francese AAAF, acronimo che sta per “Association Aéronautique et Astronautique”, la quale nel n. 5 di Maggio/Giugno 2008 della propria rivista “3AF” ha divulgato per la prima volta il caso Kiesling, dal nome del protagonista Jean Kiesling, oggi ottantottenne ma in passato pilota di caccia e comandante di bordo per l’Air France, con oltre ventisettemila ore di volo. Nell’estate del 1945, Kiesling si trovava negli Stati Uniti, dove era riparato dalla natia Francia a seguito dell’invasione nazista; per le sue eccellenti qualità aviatorie era stato nominato Istruttore Pilota dell’USAF alla base di Selfridge, nello Stato del Michigan. Un giorno gli venne chiesto di intercettare dei palloni sconosciuti, ritenuti ordigni di spionaggio giapponesi, con un P-47, il più potente caccia dell’epoca, capace di raggiungere altitudini superiori ai 10.000 metri. Kiesling, giunto alla quota di circa 16.000 metri, riuscì a sparare una serie di colpi con una mitragliatrice calibro 8 in direzione delle misteriose sfere, le quali improvvisamente si trasformarono in dischi volanti e si allontanarono ad una velocità strepitosa, lasciandosi dietro una scia come quella dei jets ad alta quota.

Il Colonnello Colman S. VonKeviczky

Assai interessante è quanto riferito nella conferenza svoltasi il 21.04.1987 nell’auditorium della biblioteca del quartier generale dell’ONU a New York dal colonnello Colman S. VonKeviczky, già addetto ai servizi speciali della polizia statunitense nella Germania occupata del dopo guerra e in seguito funzionario della segreteria dell’ONU, illustre figura di ufologo fondatore dell’ICUFON o “Inter-Continental UFO Network”. Ebbene, in quella circostanza VonKeviczky ebbe a riportare un’affermazione fatta dal Generale Benjamin Chidlaw, comandante della difesa antiaerea continentale con sede nella AFB di Ent (Colorado) nel 1953: “Siamo in possesso di montagne di rapporti sui dischi volanti e li consideriamo molto seriamente poiché abbiamo perso parecchi uomini e aerei che cercavano di intercettarli”. VonKeviczky disse ancora che nel 1952 l’Aeronautica Statunitense diffuse l’ordine JANAP 146 che, nella sua appendice A-E, conteneva precise istruzioni relative alle attività da svolgere in presenza di “invasori non autorizzati” che violavano la sovranità aerea delle nazioni. Nel 1968 il Presidente Lyndon B. Johnson chiese che i servizi di sicurezza nazionale inviassero al National Security Council un rapporto dal titolo estremamente significativo: “L’ipotesi UFO e il problema della sopravvivenza” nel quale si paventava la possibilità di uno scontro armato contro forze aliene, tale da mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’umanità, e dunque si sollecitava lo sviluppo nel più breve tempo possibile di adeguate misure di difesa (e – sia detto per inciso – c’è chi ritiene che il sistema di difesa strategica SDI o “guerre stellari”, concepito e voluto dal Presidente Ronald Reagan al principio degli anni ’80, prendesse le mosse proprio da questo rapporto).Sulla scorta di queste considerazioni VonKeviczky nel 1987 si domandava se per caso non ci si trovasse nel bel mezzo di una “guerra misteriosa” combattuta contro forze extraterrestri.

Inoltre va rimarcato che questa politica di aggressione nei confronti degli oggetti volanti non identificati non era solo una prerogativa delle forze armate degli Stati Uniti: anche dall’altra parte della cortina di ferro si registrarono episodi simili. Secondo un articolo pubblicato nel 2009 da “Xinhua”, agenzia governativa di stampa cinese, durante la guerra fredda fonti militari russe riferirono alle loro omologhe cinesi la notizia che a Kapustin Yar, nella regione di Astrakan, dove aveva sede un cosmodromo, era conservato (e lo sarebbe tuttora) il relitto di un UFO insieme ai corpi dei suoi occupanti: l’UFO, un sigaro color argento di incredibile luminosità, era stato abbattuto da un caccia sovietico il 19.06.1948 (quindi a circa un anno di

Il sigaro di Kapustin Yar?

 distanza dal ben noto episodio di Roswell) dopo essere entrato nello spazio aereo della base.

Inoltre – come si apprende da un articolo uscito su “La Stampa” del 7.02.2009 – secondo un report del bollettino mensile interno del Ministero della Difesa della CSI, ai tempi dell’Unione Sovietica non solo era vietato divulgare notizie relative agli oggetti volanti non identificati, ma da un certo momento in poi venne anche assolutamente proibito alla difesa contraerea di fare fuoco su di essi; il tutto – pare – a seguito di un incidente verificatosi ad Hanoi, in Vietnam, nell’estate del 1965. Quel giorno, a seguito dell’apparizione di un oggetto a forma di disco, la contraerea (nove brigate missilistiche composte interamente da militari sovietici) aprì il fuoco contro l’UFO, dopo che l’invito via radio ad atterrare era rimasto senza esito. In risposta l’oggetto emise un raggio molto simile ad un laser che rese inservibili tutte le postazioni contraeree (secondo la versione di Mark Steinberg, ex ufficiale sovietico ora residente negli Stati Uniti, l’incidente non solo avvenne realmente ma ebbe conseguenze ben più tragiche, giacché quel “raggio” fece 200 vittime).

L'articolo de La Stampa con l'incidente di Hanoi

Sempre per restare nei confini della ex Unione Sovietica, merita risalto un’altra notizia diffusa in Italia dal giornalista Flavio Vanetti, curatore del blog “Mistero BUFO” del Corriere della Sera. Secondo le fonti di Vanetti nei cieli russi si sarebbero avute – letteralmente – sparizioni di aerei in volo in concomitanza della presenza di UFO nelle vicinanze; sparizioni imputabili proprio a manovre aggressive degli aerei militari nei confronti dei secondi. Uno di tali episodi si sarebbe verificato nel 1981 nella allora Repubblica Sovietica della Turkmenja dove un oggetto a forma di sigaro si era posizionato, immobile, ad un’altezza di circa 7.000 metri, su un aeroporto militare non meglio precisato. Stimate le dimensioni dell’oggetto in 200 metri di lunghezza, vennero fatti decollare – al solito – due intercettori: allorquando il capo squadriglia ebbe comunicato a terra di avere inquadrato il bersaglio ricevette l’ordine di fare fuoco. Sennonché nella frazione di secondo in cui la parola “fuoco” venne pronunciata e due missili si staccarono dal caccia, diretti verso l’oggetto, tanto l’aereo che le ogive scomparvero nel nulla. E non solo dagli schermi radar della base, anche dalla visuale dell’altro pilota, che in quel momento si trovava a fianco dell’altro velivolo in posizione leggermente avanzata. E mentre questi ritornava rapidamente alla base, l’UFO si innalzò in verticale alla velocità di 5000 Km/h sparendo alla vista. Del primo aereo e dei due missili sparati non restò alcuna traccia, né fu mai rinvenuto alcun rottame al suolo. La cosa singolare, a diretta conferma di quanto riferito pocanzi, è che il Comandante della base fu esonerato dall’incarico per aver dato ordine di fare fuoco, nonostante il divieto vigente dal 1965, divieto che venne nell’occasione riconfermato dal Comando Generale delle Forze di Difesa Aerea.

Quali conclusioni possiamo trarre da questa rapida e certamente non esaustiva carrellata?

Per la verità una obiettiva disamina dei casi esposti indica chiaramente che queste astronavi, se tali le vogliamo ritenere, non hanno mai fatto nulla di più che svolgere apparenti compiti di ricognizione. La presunzione di ostilità è stata ritenuta dalla forze militari terrestri sulla base di elementi circostanziali (quali il silenzio rispetto alla richiesta di identificarsi) che ben potrebbero avere diverse spiegazioni; in ogni caso, dinanzi all’attacco o alla minaccia di attacco da parte dei militari, i piloti degli UFO hanno quasi sempre messo in atto manovre difensive passive, di disimpegno puro e semplice (come l’allontanamento a velocità proibitive, vedi i casi Torres o Kiesling) o di disinnesco dei sistemi d’arma degli intercettori (vedi l’evento di Walesville). In singoli episodi si potrebbe invece pensare all’impiego di sistemi di risposta attiva agli attacchi (caso Mantell), ma si deve pur sempre tenere presente l’eventualità (assai verosimile, come si è visto) che i piloti militari avessero segretamente ricevuto l’ordine di tentare con ogni mezzo l’abbattimento degli UFO.

Il fenomeno UFO ha mostrato negli anni una varietà di aspetti e manifestazioni tale che ben difficilmente si presta ad essere inquadrato in uno schema unitario e risolutivo. Nei casi illustrati è comprovata la messa in atto da parte dei militari di una condotta aggressiva, non sarebbe però giusto sottacere l’esistenza di altri eventi, fortunatamente circoscritti nel numero (ed anche nella localizzazione geografica, essendosi verificati soprattutto in Sudamerica), in cui gli UFO hanno praticato attacchi violenti in danno delle persone comuni (come le “luci vampiro” brasiliane). Di certo la possibilità che la condotta elusiva degli oggetti volanti non identificati trovi la propria ragion d’essere nella consapevolezza di poter diventare dei target militari non può essere esclusa, anzi a mio modesto avviso si presta abbastanza bene a dare conto di larga parte del fenomeno. Non può negarsi che il modo in cui si sono atteggiati i rapporti tra le forze militari e le astronavi aliene, soprattutto nella fase iniziale della storia moderna di tali rapporti (anni ’50 e ’60 del secolo scorso), può avere pesantemente condizionato il grado di apertura e la disponibilità ad un contatto pacifico da parte di codesti ipotetici visitatori alieni.

Sicché, per chiudere questa relazione, non solo sento di associarmi all’invito/auspicio espresso dal Segretario del Cun Roberto Pinotti nell’ultimo convegno di San Marino: “Venite in pace”, ma vorrei anche aggiungere – se potessi farmi portavoce dei governi mondiali – “Noi non spareremo”. 

 Fonti:

1)      Progetto Blue Book, voce di Wikipedia, all’indirizzo http://it.wikipedia.org;

2)      Alfredo Lissoni, Gli UFO e la CIA, M.I.R. Edizioni, Montespertoli (FI), 2003;

3)      Stephen Webb, Se l’universo brulica di alieni … dove sono tutti quanti?, Edizione Mondolibri S.p.A., Milano, 2004;

4)      Gianfranco Degli Esposti, Scoperto un Ufo nei pressi del jet che nel ’53 precipitò nel Lago Superiore?, in Ufo Notiziario, 2006, n. 65, 29;

5)      Quando un pilota RAF tentò di abbattere un UFO nel 1957, in Ufo Notiziario, 2008, n. 163, 12;

6)      Francia: gli Ufo e la commissione “3AF” dell’AAAS, in Ufo Notiziario, 2009, n. 165, 12;

7)      Dossier segreto da Mosca: UFO in Vietnam nel 1965, in Ufo Notiziario, 2009, n. 167,13;

8)      Cina, rilasciato un segreto della Guerra fredda: un UFO si schiantò in Russia nel 1948, in Ufo Notiziario, 2009, n. 169, 13;

9)      UFO “mangia-aerei” in Russia, in Ufo Magazine, 2010, n.  9, 16;

10)  Colman S. VonKeviczky, 1987: conferenza al Quartier Generale delle Nazioni Unite, in Ufo Magazine, 2011, n. 16, 40;

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